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E io, cosa posso fare?
Più si conoscono i complessi meccanismi di un settore della pesca inserito in un’economia globalizzata e le conseguenze ecologiche delle nostre abitudini di consumo di pesce, più è facile scoraggiarsi.
Presi tra la tentazione di ignorare informazioni che ci gettano nello sconforto o ci mandano in confusione e l’istinto di non mangiare mai più pesce, ci chiediamo «Ma io, alla fin fine, cosa posso farci?».
La campagna Slow Fish ci dà l’occasione di diventare più attenti e curiosi, di scoprire nuovi percorsi gastronomici e partecipare attivamente, nel nostro piccolo, alla protezione delle risorse ittiche: ciascuno di noi, consumatore, ristoratore o pescivendolo, può fare la sua parte!
La rubrica Slow Fish in azione dà spazio a tante iniziative virtuose che testimoniano con i fatti che è possibile invertire la rotta.
Il passato ci fornisce esempi che dimostrano il nostro potere: quando, negli anni Novanta, i consumatori hanno fatto sentire la loro voce per dire STOP alle catture accidentali di delfini nella pesca al tonno, le cose sono davvero mutate. Anche in seguito alla campagna Give Swordfish a Break (concedi una tregua al pescespada), lanciata negli Stati Uniti alla fine degli anni Novanta, si è verificato un aumento degli stock di questo pesce.
Certo, è indispensabile che i cambiamenti avvengano anche, e soprattutto, a livello delle istituzioni politiche. Per eliminare le pratiche pericolose e nocive all’ambiente marino e all’uomo, è fondamentale che ci siano una migliore regolamentazione e, soprattutto, mezzi efficaci per farla rispettare.
A valle della filiera di produzione e trasformazione, comunque, sta ai singoli, a ciascuno di noi, giocare un ruolo importante, per avviare il passaggio da una società che consuma a una società che preserva.
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