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Contraffazioni alimentari: la sfida è aperta


21/09/2013 - Intervista a Mara Monti, coautrice del volume Cibo criminale. Il nuovo business della mafia italiana, Newton Compton, 2013

Ha una laurea in economia e si occupa in particolare di finanza e casi giudiziari societari. Cosa l’ha spinta ad approfondire il tema delle contraffazioni e delle frodi nel settore agroalimentare?


Sì è vero mi occupo di finanza, ma è seguendo alcuni casi finanziari come gli scandali Parmalat e Cirio che sono emersi alcuni indizi dai quali è nata l’idea del libro. Proprio la camorra aveva tentato di penetrare il settore della distribuzione del latte in Campania imponendo il prezzo al dettaglio, regole a cui anche i grandi gruppi facevano fatica a sottrarsi. Indagando quindi su altri casi si è scoperto che anche una regione come l’Emilia Romagna che all’apparenza sembrerebbe impermeabile ai gruppi mafiosi, in realtà si è mostrata debole al punto che oggi Modena rappresenta la seconda piazza per interesse dei clan dei casalesi. Ad esempio Castelnuovo Rangone località in provincia di Modena è la capitale della lavorazione dei prosciutti e alle porte della città, qualche anno fa, si è consumato l’omicidio di un tunisino che aveva scoperto la truffa dei prosciutti importati dalla Danimarca e dalla Germania e venduti illecitamente come prosciutti di Parma.  Questo è solo uno dei tanti casi che sono stati analizzati nel libro dove si parla della mozzarella di bufala campana Dop fatta con latte cagliato importato dall’estero e congelato; il triplo concentrato di pomodoro fatto con la materia prima proveniente dalla Cina fino all’olio d’oliva extravergine prodotto con olive tunisine, greche e spagnole, solo per citarne alcuni.


 


Quali interventi si dovrebbero adottare secondo lei? 


Il problema è serio basti pensare che negli ultimi dieci anni il numero di casi di contraffazione nel mondo è aumentato del 950% con un incremento del 608% dei prodotti sequestrati, secondo i dati pubblicati sul sito dell’Ufficio italiano brevetti e marchi del Ministero dello sviluppo economico. Come combattere questo fenomeno? Coldiretti, ad esempio, da anni chiede l’identificazione dell’origine geografica degli alimenti sull’etichetta in modo da specificare non solo il luogo di produzione, ma anche la provenienza della materia prima e rendere pubbliche queste informazioni attraverso una banca dati collegata all’Agenzia delle dogane. Qualcosa è stato fatto per la tracciabilità dell’olio d’oliva extravergine e ora il  prossimo passo è rendere tracciabile anche la produzione delle mozzarelle di bufala campana Dop, secondo quanto emerso dall’audizione in commissione agricoltura della Camera, lo scorso 10 settembre: l’impegno, vincolante per tutti gli allevatori, è di dare corso ufficiale e definivo alla tracciabilità delle produzioni giornaliere del latte di bufala munto ed inviato al caseificio, con le modalità individuate dalla Regione Campania, come obbligo e responsabilità di tutti gli attori della filiera per la salvaguardia di un prodotto che rappresenta l’eccellenza del Made in Italy.


 


Nel caso Tradel, azienda che lavorava prodotti caseari non idonei al consumo umano per poi rimetterli sul mercato come commestibili (caso citato nel libro Cibo criminale) erano coinvolti anche veterinari e tecnici dell’Ausl di Cremona. La corruzione di persone all’interno dei sistemi di controllo è un caso isolato? Oppure  nelle inchieste che ha intrapreso ci sono stati altri casi simili?


Purtroppo no, il problema dei controlli è serio perché in molti dei casi presi in esame è stato riscontrato che queste truffe così come le contraffazioni non si sarebbero potute perpetrare a lungo senza la connivenza di soggetti preposti ai controlli. Finora si è sempre trattato di casi isolati come le indagini hanno fatto emergere, funzionari prezzolati per chiudere un occhio oppure per informare in anticipo dell’arrivo dei controlli.


 


Ci ha particolarmente stupiti il caso del Grana Padano: per ottenere la colorazione simile a quella del formaggio originale le forme “false” vengono cosparse con una miscela a base di cacao. All’inventiva dei falsari non c’è limite. Qual è il caso che l’ha impressionata di più?


Devo premettere che per ora le indagini sul Grana Padano al cacao non hanno fornito riscontri sufficienti per aprire un’inchiesta giudiziaria. Sicuramente tra i casi citati, quello delle mozzarelle di bufala campana Dop è quello più intrigante perché si tratta di un’eccellenza alimentare che non ha eguali al mondo e su cui da tempo ha messo gli occhi la camorra. Pensare che un prodotto sottoposto a un rigoroso disciplinare imposto dallo stesso consorzio sull’uso del latte proveniente da zone vocate all’allevamento della bufala, venga al contrario prodotto con latte importato da Romania, Lituania, Estonia, Polonia e perfino dall’India, lascia alquanto stupiti. Non solo. Sempre sulle bufale campane, le inchieste hanno fatto emergere anche casi di brucellosi, una patologia batterica degli animali soprattutto ovini e bovini che può passare all’uomo: per evitare l’abbattimento delle bufale, i capi infetti venivano vaccinati in modo da alterarne i parametri e farli apparire sani nel momento in cui venivano sottoposti ai controlli. Così facendo gli animali non venivano curati con grave danno per la salute dei consumatori. Un altro caso limite riguarda l’olio lampante, non commestibile e utilizzato per alimentare le lampade a olio, il quale veniva acquistato in Spagna e modificato chimicamente in un laboratorio in provincia di Siena da dove tornava sul mercato come olio extravergine di oliva italiano. Anche in questo caso la complicità con un funzionario preposto ai controlli è stata indispensabile per perpetrare la truffa.


 


Nell’introduzione riporta il caso dei consumatori statunitensi che hanno fatto causa alla a un noto produttore di birra perché si sospetta che diluisse la birra con acqua. Pensa che se in Italia si potesse ricorrere alla class action cambierebbe qualcosa?


Credo che sarebbe un forte deterrente come è stato dimostrato anche nel campo dei prodotti finanziari. Ma l’attuale legge italiana sulla class action, introdotta dopo gli scandali Cirio e Parmalat, non penso abbia lo stesso potere deterrente.


 


Entro il 13 dicembre 2014, la Commissione deve presentare al Parlamento europeo e al Consiglio relazioni e studi di fattibilità sull'introduzione obbligatoria in etichetta dell'indicazione del paese d\'origine o del luogo di provenienza per diversi alimenti. Tra questi vi sono anche il latte venduto tal quale e quello usato come ingrediente in prodotti lattiero-caseari. Pensa che l'entrata in vigore di norme europee che impongano di specificare questi dati in etichetta possa contrastare efficacemente le frodi e le contraffazioni nella produzione lattiero-casearia?


Come ho già accennato, qualcosa si comincia a fare per la mozzarella di bufala  campana Dop. La tracciabilità è sicuramente un passo importante per tutti i prodotti a cominciare da quelli lattiero-caseari dal momento che tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro in vendita sugli scaffali sono “spacciati” come italiani, ma contengono latte proveniente da mucche straniere. Tale normativa favorisce la trasparenza a difesa del latte italiano e dei consumatori.  


 


Che cosa suggerisce per evitare questi episodi? Maggiori informazioni sulle etichette, un sistema giuridico più severo…


Le informazioni sulle etichette sono uno strumento necessario, ma non sufficiente. Servono strumenti repressivi più incisivi che abbiamo la funzione di deterrenza. Una proposta venne suggerita dall’allora procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso alla Commissione parlamentare d’inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale: creare un elenco di chi ha commesso reati di adulterazione e contraffazione alimentare in modo che si possa verificare in ogni momento la correttezza del cibo che portiamo in tavola. La sfida è complessa, soprattutto per quanto riguarda l’Italian sounding, cioè i falsi prodotti italiani che hanno invaso i mercati stranieri. Non sempre le normative locali consentono di intervenire a tutela dei marchi, creando così un danno economico alle imprese e uno di immagine all’intera filiera: il rischio è che conserve, olio, formaggi e prosciutti di qualità scadente vengano identificati come l’eccellenza del Made in Italy. La sfida è aperta. 

A cura di Mara Campo
m.campo@slowfood.it 

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