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Ciao Antonio

Tema trattato: Editoriali di Carlo Petrini


28/07/2014 -

Oggi dedichiamo un saluto speciale a un nostro grande amico. Antonio Tinarelli è mancato venerdì scorso a Vercelli. Primo protagonista della rubrica di Carlo Petrini Storie di Piemonte (la domenica su Repubblica Torino), Antonio ha dato un prezioso contributo alla nostra associazione, un vero maestro. Collaborò per la costruzione del Master of Food su pasta e riso aiutando a formare i nostri "insegnanti", partecipò a diversi Laboratori del Gusto e a lezioni per imparare a degustare i risi, diede una mano alla realizzazione di un numero della nostra rivista dedicato proprio al riso, scrisse tantissimo, tra cui un manuale, Il riso in 10 lezioni, che con grande chiarezza spiega l’universo riso, dalla storia della sua coltivazione agli elementi di agronomia, fino agli aspetti gastronomici. Per Carlo Petrini è stato «l’uomo che cambiò il modo di coltivare il riso in Italia» selezionando le varietà Baldo, Roba e Ribe. Il mondo dell’agricoltura deve molto al lavoro e all’impegno di Tinarelli. Ci fa piacere ricordarlo con quella prima Storia che lo vedeva protagonista:

Antonio Tinarelli ricorda ancora la sera di marzo del 1953 quando arrivò per la prima volta a Vercelli. C’era una grande nebbia, tanto che vedeva appena i suoi piedi quando camminava, e non c’era nessuno in giro per le strade. Non sapeva nulla di riso, aveva vinto un concorso per il miglioramento genetico delle piante coltivate e gli avevano offerto un posto alla stazione sperimentale di risicoltura. Non immaginava che il riso sarebbe stato la sua vita. Voglio raccontare la sua esperienza mettendo in luce, prima dei suoi molti meriti scientifici, la sua straordinaria umanità, la sensibilità e la positività espressa in quella stagione entusiasmante -dal 1967 al 1975-78- in cui la cultura scientifica, il sapere dei tecnici e gli aggiornamenti in tema di miglioramento agricolo, vennero trasmesse con un’attività senza soste di conferenze e incontri con i risicoltori che, inizialmente scettici, a lui che, bolognese, non sapeva il dialetto locale, erano soliti rispondergli "al dis duttùr?". Allora spiegava ancora, e meglio, e dava loro gli strumenti per capire ed emanciparsi. Sapeva essere semplice: aveva lavorato con loro nelle risaie, a piedi nudi, dove la prima cosa da imparare è reggersi saldi in piedi e avanzare senza cadere nel fango. Aveva seminato, mondato e raccolto il riso, aveva ascoltato con rispetto e umiltà chi conosce la terra. E i risultati si videro: quell'attività potente di divulgazione agricola cambiò il volto della risicoltura italiana.
Tinarelli oggi non svolge più ricerca ma alcune tra le varietà più note sul mercato sono state selezionate da lui e dal suo gruppo di lavoro: il Baldo, il Roma, il Sant'Andrea, il Loto, il Ribe e altre meno note ma che fanno parte della storia del riso italiano.


Con la meccanizzazione, l’impiego dei fertilizzanti e dei pesticidi, l’impianto di varietà di alta qualità aumentarono le rese in modo impressionante, ma finì un mondo e la cultura delle risaie andò perduta. Tinarelli però non è un nostalgico: ricorda che gli s'ciavandè, i salariati delle risaie, in dialetto vercellese - la cui etimologia è facile ricondurre al latino sclavus - avevano vita tristissima. Molti testi ricordano le fatiche delle mondine, ma nessuno racconta le giornate di duro lavoro, poco retribuito, dei contadini. La gerarchia delle cascine prevedeva che il primo ad alzarsi, all’una di notte, fosse il capo mungitore, seguito verso le 3 dal capo cavallante che, schioccando la frusta nella corte, svegliava chi era incaricato di governare i cavalli. Seguivano gli altri e la giornata finiva al tramonto, tutto l'anno. Le grandi tenute dove vivevano anche 500 persone, dove tutti i bisogni di una piccola comunità erano soddisfatti, oggi sono vuote e silenziose e grandi mezzi meccanici sono parcheggiati nell'erba. Bastano solo dieci uomini per coltivare 800 ettari.


Tra Vercelli, Novara, Milano e Pavia si concentra più della metà delle coltivazioni europee di riso: solo l'1% circa del mondo. Il cereale che nutre 1/3 della terra è coltivato dall'Arkansas al Giappone. In Vietnam, Thailandia, Pakistan, Indonesia, Cina, dove Tinarelli ha viaggiato e lavorato, si coltiva ancora manualmente e le rese sono spesso la metà di quelle ottenute nei paesi ad agricoltura moderna. Ma i costi di produzione sono incomparabilmente più bassi e la concorrenza dopo il 2013, quando le sovvenzioni europee non garantiranno più i redditi, sarà feroce. Le loro produzioni impiegano trattamenti chimici proibiti in occidente da decenni e gli Ogm avanzano. Tinarelli è un uomo di scienza e si augura che la ricerca continui, ma denuncia la poca attenzione riservata alle conseguenze sull'ambiente, alle mutazioni degli insetti e dei microorganismi del terreno. La chimica e le nuove tecniche di coltivazione hanno scacciato le rane, le libellule e i pipistrelli che si nutrivano degli insetti delle risaie e hanno vinto le zanzare, più aggressive e numerose di un tempo: corriamo il rischio di ritrovarci un ambiente pericolosamente mutato. Anche la proprietà delle sementi - sono ben 229 i brevetti sul riso - è espropriata alle comunità dei piccoli produttori. "Non sono un uomo di sinistra - conclude Tinarelli - ma nella vita ho capito che il capitale, il denaro, rovina il mondo". I suoi impegni più recenti sono simbolici: il recupero di una antica varietà del 1936, il Gigante Vercelli, che il figlio Giorgio coltiva biologicamente alla tenuta Nebbione di Carisio e una raccolta di versi sulla vita nelle risaie di un poeta dialettale vercellese.
Carlo Petrini
c.petrini@slowfood.it
Repubblica Torino, 06/07/2007


 


 

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