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Eccellenza, stagionalità e territorio: le certificate conquistano il mercato

Tema trattato: DOP


18/12/2012 -

Una bella notizia per la fine dell’anno: si conferma il trend positivo per le produzioni certificate, un comparto che (nonostante la crisi) continua a crescere: + 0,2% per un volume pari a quasi 1,3 milioni di tonnellate, un fatturato di circa 6,5 miliardi di euro alla produzione e di quasi 12 miliardi di euro al consumo. Dop (Denominazione d’origine protetta), Igp (Indicazione geografica protetta) e Stg (Specialità tradizionale garantita) conquistano il mercato confermando che qualità organolettica, attenzione al territorio e stagionalità sono la strategia vincente. A dirlo il Rapporto sulle produzioni agroalimentari italiane Dop e Igp Stg, presentato ieri a Roma, analisi a cura della Fondazione Qualivita e Ismea, realizzato per il Ministero delle politiche agricole, in collaborazione con Aicig e l’Università La Sapienza. Soddisfatto, il Ministro Mario Catania ricorda la strada fatta dagli inizi degli anni Novanta: «Quando erano in pochi disposti a crederci. Il percorso non è stato semplice, eppure siamo riusciti a far approvare il regolamento di protezione delle denominazioni d'origine in sede europea». 

Padrone indiscussi della scena, le produzioni più note: il Parmigiano Reggiano Dop, il Grana Padano e l’Aceto Balsamico di Modena che stando ai dati sulla produzione 2011 sono i prodotti più diffusi.  «Pur nella difficoltà del contesto socio-economico dove ormai è consolidato il calo dei consumi alimentari, le produzioni italiane a denominazione di origine fanno emergere le loro caratteristiche positive. I dati produttivi sono in aumento, se confrontati ad altri settori, anche perché le certificate portano innovazione e sviluppo all’interno delle aziende dove risultano essere i prodotti più idonei sia per il mercato estero, sia per i nuovi canali Ho.Re.Ca, trasmettendo così al consumatore sicurezza e identità territoriale» ha sottolineato Mauro Rosati Direttore Generale della Fondazione Qualivita. Dal rapporto emerge inoltre come l’attenzione alle Dop e Igp non sia più solo una questione italiana e francese: con le 60 nuove registrazioni (per un totale di 1137 prodotti registrati), il tema della qualità agroalimentare interessa appieno tutte le 27 nazioni dell’Ue così come altri Paesi del mondo: Cina, Vietnam, Colombia e India.

È fuor di dubbio che il sistema delle denominazioni europee ha contribuito a validare produzioni tipiche, a rafforzare i meccanismi di tutela legislativa e a contrastare i falsi tipici, ad aumentare la consapevolezza e l’autostima dei produttori, a garantire un’accessibilità al mercato per i prodotti marchiati con prezzi più remunerativi per gli operatori.  

Sarebbe tuttavia eccessivo affermare che dunque tutto va bene, come sottolina Piero Sardo, presidente della Fondazione Slow Food per la Biodiveristà Onlus: «Dal punto di vista di Slow Food registriamo alcune debolezze del sistema. La prima e più importante è che per i piccoli comparti, per le piccole e piccolissime produzioni accedere alla denominazione europea è difficile e oneroso e soprattutto è difficile la permanenza nelle denominazioni stesse assolvendo tutti gli obblighi istituzionali ed economici che tale permanenza comporta. Dopo i primi anni di entusiasmo via via i piccoli produttori si sentono schiacciati dalla mole di incombenze che debbono ottemperare e si genera una sorta di stanchezza, di fatica, in certi casi di insoddisfazione. E cresce la voglia di abbandonare. La seconda è che proprio il successo del sistema favorisce le spinte produttivistiche  con il conseguente allargamento dei paletti e delle regole: questo è un segnale che si può cogliere esaminando tutte le richieste di modifica ai disciplinari: tutte tendono alla semplificazione delle procedure, alla rimodulazione delle pratiche e degli ingredienti in senso più permissivo, all’ampliamento delle aree produttive. Nessuna modifica richiede invece la specificazione, ad esempio, delle razze di riferimento, la tutela vera del benessere animale, la riduzione dell’uso di pesticidi o di fertilizzanti di sintesi. Si tende al facile, al permissivo, ai grandi numeri e questo può rappresentare un serio problema di caratterizzazione e di identità per produzioni che fondano la loro specificità sulla tradizione, sulla tipicità, sul legame con il territorio»



Puoi scaricare qui la sintesi del rapporto

Fonte: Ismea

a cura di Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it 

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