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Chi saccheggia il mare?


24/04/2013 - Mentre il nostro mare si svuota, si potenzia la pesca indiscriminata al limite della legalità nelle acque internazionali

Ogni anno ci ritroviamo a parlare del Fish Dipendence Day, ovvero il giorno in cui si comincia a dipendere dal pesce importato. In Italia il giorno x è stato il 14 aprile (una settimana prima rispetto al 2012): da dieci giorni gli stock ittici dei nostri mari sono esauriti. Inutile chiedere al banco pescato nostrano, non ce n’è più.


Cos’è cambiato dallo scorso anno? Probabilmente niente. Purtroppo l’impoverimento dei mari pare non preoccupare, forse i pesci incontrano meno simpatie di mammiferi pelosi e corpulenti. O forse l’oceano ci pare talmente immenso che facciamo fatica a pensare che veramente possiamo svuotarlo. Eppure il problema è reale: secondo una recente pubblicazione a cura dell’Ocean2012/Nef (rete internazionale di associazioni ambientaliste), la situazione dei mari europei è tutt’altro che salubre e dal 1993 le catture della Ue sono diminuite facendo crollare in pochi anni del 25% il pescato. Sono sovra sfruttati 43 dei 150 stock del Nord Est dell’Atlantico, una perdita grave non solo di biodiversità ma anche economica: si parla di 3,2 miliardi di euro all’anno in meno che potrebbero sostenere 100.000 posti di lavoro nei settori della pesca e della trasformazione dei prodotti ittici. Insomma, non si tratta di fanatismo ambientalista, ma di una questione che dovrebbe stare in cima all’agenda politica europea. E non solo. 

Lo sfruttamento degli stock ittici è un problema globale soprattutto per quanto concerne le acque internazionali, considerate terra di nessuno da saccheggiare. Manco a dirlo a farne le spese sono sempre i più deboli. Una nuova storia di soprusi questa volta legata all’accaparramento delle risorse marine: l’hanno battezzato Ocean grabbing, fenomeno parente stretto di quel Land grabbing che ricopre di vergogna Governi compiacenti e multinazionali arraffone. Per spiegarvi bene di cosa si tratta mi servo di un nuovo studio internazionale coordinato dal noto biologo Daniel Pauly dell’Università canadese British-Columbia e pubblicato su Fish and Fisheries e poi riportata da Nature il 4 aprile. I ricercatori hanno messo a punto un nuovo metodo per valutare la taglia e il valore delle catture scoprendo che l’enorme flotta cinese composta da 3400 imbarcazioni (nientemeno) denuncia ufficialmente soltanto il 9% delle catture effettuate in Africa e in altre acque internazionale. Per farvi un’idea: mentre la Cina dichiara alla Fao che le sue imbarcazioni hanno pescato una media di 368000 tonnellate all’anno nel periodo 2000-2011, lo studio dimostrerebbe che le tonnellate sarebbero tra i 3,4 e i 6,1 l’anno. «La ricerca rende esplicito l’ingiusto saccheggio ai danni degli africani», ci tiene a sottolineare il professor Pauly «e dimostra che quasi il 75% di tutti il pesce pescato dalle imbarcazioni cinesi viene da acque africane» di cui 3 milioni di tonnellate dall’Africa occidentale. Se fosse vero significa che molti Paesi stanno perdendo decine di milioni di dollari perché hanno firmato contratti con le aziende cinesi per molto meno pesce. 
La Fao ha contestato questi dati (le cifre sarebbero troppo alte), pur riconoscendo lo sfruttamento eccessivo delle ricche coste occidentali dell’Africa da parte dei pescherecci internazionali. Insomma rubano tutti e rubano a chi sta peggio.

Di Ocean grabbing si parlerà a Slow Fish con un Laboratorio dell’acqua dal titolo A chi appartiene il mare? in programma sabato 11 maggio alle 16. A confronto esperti, professori e membri della rete internazionale di Terra Madre. Intanto, per avere un esempio concreto degli effetti di questa ruberia senza vergogna vi segnalo la storia di Fadiouth (Com'è cambiato il mare in Senegal), un piccolo villaggio che sorge su un'isola fatta interamente di conchiglie raggiungibile da Joal (150 km a sud di Dakar) grazie a un lungo ponte di legno. La comunità indigena dei Seerer costituisce uno dei tanti esempi che abbiamo raccolto in questi anni di piccole economie che vivono in armonia con le risorse naturali sotto “attacco” continuo delle potenze europee. 

Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

Fonte:
Le Monde
The Guardian
Fish and Fisheries
La Repubblica ambiente
Foto ® Alberto Perloli (Presidio Slow Food della bottarga delle donne Imaraguen - Mauritania)

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