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Monsanto e un agricoltore dell'Indiana alla Corte Suprema

Tema trattato: OGM


25/02/2013 - L'America guarda a questa sentenza che potrebbe creare un precedente in grado di mettere in discussione tutti i sistemi basati sul copyright

Domani, presso la Corte Suprema Usa, il settantacinquenne agricoltore dell’Indiana Vernon Hugh Bowman, proprietario di appena 300 acri di terreno coltivati a soia, mais e grano, affronterà la più grande industria del mercato di sementi, la Monsanto.


Secondo la multinazionale, Vernon avrebbe violato un brevetto sui semi di soia, coltivandola senza aver pagato le royalties: ogni anno dal 1999 in poi, dopo il primo raccolto della stagione in cui piantava sementi geneticamente modificate regolarmente acquistate, Vernon ne faceva poi un secondo acquistando i semi da un silos locale in cui si raccoglievano e conservavano semi provenienti da diversi agricoltori della zona.


«L’imputato ha acquistato i semi da un fornitore locale e per nove anni ha violato i brevetti» afferma la Monsanto, basandosi sul fatto che una parte delle sementi vendute dal fornitore erano RoundUp Ready, una varietà gm prodotta da Monsanto. Il punto chiave è che i rivenditori comprano i semi dagli agricoltori locali al termine di ogni raccolto e, siccome gran parte delle sementi coltivate sono gm, inevitabilmente lo sarà anche una porzione di quelle che saranno rivendute dai fornitori. L’accusa della Monsanto parte dal fatto che gli agricoltori statunitensi al momento della stipula del contratto si impegnano a non reimpiantare la produzione, ma, in pratica, ad acquistare nuove sementi ogni anno. Un aspetto che Bowman avrebbe violato.


La sentenza potrebbe rappresentare un importante precedente nel settore, ma non solo.


In gioco non c’è solo la riproducibilità delle sementi brevettate perché la decisione della Corte avrebbe ricadute più ampie su tutto il sistema dei brevetti: i poteri forti hanno iniziato a sostenersi l’un l’altro. Come ha rilevato il New York Times, Monsanto non ha ricevuto soltanto il sostegno del Dipartimento di Giustizia, ma anche quello della Software Alliance BSA, che rappresenta tra gli altri anche Apple e Microsoft, la quale ha dichiarato che una sentenza contro Monsanto potrebbe “facilitare la pirateria software su larga scala”.


A difesa del contadino ci sono il Center for Food Safety (Centro per la sicurezza alimentare) e il Save Our Seeds che accusano Monsanto per la posizione dominante (di fatti quasi un monopolio) che ha portato all’aumento dei prezzi ingiustificato. Secondo il Center for Food Safety, inoltre, la multinazionale ha dato il via a più di 140 processi di violazione di brevetto che hanno coinvolto 410 contadini e 56 aziende agricole e che le sono valsi 23,6 milioni di dollari (all’incirca 17,7 milioni di euro).


Dal canto suo, Vernon Hugh Bowman sostiene di non aver violato nessun brevetto. Ogni anno, infatti, acquistava regolarmente i semi del primo raccolto da Monsanto, ma per il secondo raccolto (le cui rese sono spesso a rischio) preferiva affidarsi a rivenditori della zona per limitare i costi. La difesa di Bowman si basa sul fatto che Monsanto non può estendere il controllo del brevetto sul frutto delle proprie sementi una volta che esse sono state coltivate da qualcuno e successivamente vendute a terzi.


La causa è iniziata nel 2007 presso la corte distrettuale dell’Indiana, la quale ha stabilito un risarcimento di 84 000 dollari (60 000 euro) da parte del contadino a favore della Monsanto. La corte d’appello federale, specializzata in cause riguardanti i brevetti, ha confermato questo pronunciamento. Ora la Corte Suprema (sorta di Cassazione) avrà l’ultima parola.


L’America guarda a questa sentenza che potrebbe creare un precedente in grado di mettere in discussione tutti i sistemi basati sul copyright, ma intanto l’auspicio è che almeno in questo campo la Corte Suprema possa restituire ai produttori la possibilità di conservare e scambiare liberamente le sementi, cancellando quella limitazione che il sistema dei brevetti pone alla velocità di innovazione e sviluppo di nuove varietà.

Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it
 


Fonte:
New York Times
Ecoblog.it 

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