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Agricoltura e cambiamenti climatici. Ridurre l'impatto si può!

Tema trattato: Agricoltura


10/07/2013 - L'impegno della Francia di dividere x 4 le emissioni di anidride carbonica entro il 2050 ha stimolato la ricerca anche in campo agricolo. Ecco i suggerimenti dell'Institut national de la recherche agronomique

Nulla di nuovo se vi racconto che trasporti o l’industria sono i maggiori responsabili delle emissioni di Co2. In realtà dovrebbe essere ben noto (ma spesso non lo è) anche il corposo contributo dato dall’agricoltura e non solo per i km percorsi dal cibo. Finalmente però qualcuno ha provato a capire come fare a ridurre questi “effetti collaterali”. E non si parla convertirci a sistemi autarchici domestici sfamandoci con il nostro balcone fiorito, né di adottare sistemi medievali di sostentamento… Questa volta è l’Institut national de la recherche agronomique francese (Istituto nazionale di ricerca agronomica – Inra) a dare qualche semplice, ma efficace indicazione.

Partiamo dai dati. Nel 2010, in Francia l’agricoltura ha contribuito alle emissioni per il 17,8%, il 20% se si sommano i consumi d’energia del settore: «Siamo tutti d’accordo sul fatto che ci sono larghi margini di riduzione delle emissioni causate dall’agricoltura. Ma a differenza che in altri settori non ci sono quantificazioni precise», constata il direttore della ricerca all’Inra, Sylvain Pellerin.
La necessità di uno studio sul tema, nasce dal buon proposito del Governo francese ridurre del 20% le sue emissioni totali da qui al 2020 e soprattutto a dividerle per quattro per il 2050. Ed ecco che l’Inra, ha presentato una decina di azioni che possono far diminuire le emissioni di questo settore, suggerendo pratiche «funzionali alla scelta degli agricoltori, senza mettere in discussione i sistemi tradizionali di produzione» e che siano accettabili per la popolazione. Vediamone alcune.

Si può ridurre l’impiego di fertilizzanti azotati con la rotazione colturale per esempio con le leguminose che arricchiscono il terreno di azoto in modo naturale, oppure attraverso un maggiore adattamento ai bisogni delle coltivazioni. In questo modo si eviterebbero anche altrettante emissioni d’ossido nitroso (N2O).

Piantando alberi o siepi si possono adottare tecniche che permettono di stoccare carbonio nel suolo o nella biomassa . La condizione, in questo caso, sarebbe quella di creare una filiera di valorizzazione del legno vantaggiosa per gli agricoltori. 

Seminare sul sodo, ovvero non arare i campi o ararli solo occasionalmente, eviterebbe una buona quantità di emissioni prodotte dal trattore e un buon risparmio di tempo. Attenzione però agli effetti negativi nascosti: «Evitare l’aratura permette lo stoccaggio di carbonio. Però la malerba inizierebbe a crescere, costringendo all’utilizzo dei diserbanti che producono gas a effetto serra, senza considerare l’impatto sulla qualità dell’acqua e sulla biodiversità», una pratica dunque da centellinare.

Introdurre una piccola quantità di nitrati e arricchire l’alimentazione animale di lipidi (sostituendoli ai glucidi) permette di ridurre la quantità di metano emessa dalle mucche durante la digestione

Semplici da utilizzare però, queste misure non presentano gli stessi vantaggi a livello economico. Se la gestione dei terreni o dei fertilizzanti permettono un guadagno, l’aggiunta di lipidi all’alimentazione, il mantenimento delle siepi o la creazione di strisce erbose che riducono le superfici coltivate generano costi maggiori. 

Però con queste semplici misure, il potenziale di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra potrebbe essere di 28 milioni di tonnellate CO2  all’anno da qui al 2030. «E questo, solo migliorando alcune pratiche agricole» aggiunte Jean-Claude Bévillard, di France Nature Environnement.

Per dirla breve le buone pratiche agricole, come ribadisce lo studio dell’Inra, possono apportare dei vantaggi che tutelano l’ambiente e mitigano il cambiamento climatico. La condizione principale è il rispetto dei cicli naturali, pensiamo al ciclo dell’azoto, del carbonio… 

Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it
Fonte: Le Figaro 


 


 

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